Interazione a distanza e counseling psicologico: un possibile dibattito

di Salvatore Motta

Uno dei miei ricordi di bambino, uno sceneggiato serale, Gamma...
Propose a molti della mia età l'immagine di un futuro prossimo, in cui la visione estetica degli anni settanta si accompagnava ad improbabili architetture avveniristiche e cupe, a gadget tecnologici che stimolavano la fantasia di noi piccoli. Una scena che ricordo distintamente, è quella del protagonista fuggitivo che chiama la moglie da una cabina con videotelefono. Sorrido ora nel ripensare all'assurdo apparecchio immaginato dagli autori, sostanzialmente simile agli ormai remoti telefoni a gettone dell’epoca ma dotato di schermo, naturalmente a tubo catodico.
Mi vien da pensare "non ne azzeccarono una...".
E’ interessante pensare come gli autori, immersi nella visione di quegli anni, proiettassero in avanti nel tempo ideologie e aspettative di una società che ha trovato una evoluzione propria; non che non abbiano avuto qualche lampo profetico (una curiosità, in “A come Andromeda” la diabolica società che avvia la macchinazione su cui si basa il romanzo si chiama Intel), ma tra le possibili vie del progresso tecnologico e dello sviluppo sociopolitico poche profezie si sono avverate.
Vengo al punto. La tecnologia si è evoluta in modo diverso da quanto si potesse immaginare, e questo è naturale: per dipanare il filo delle successive scoperte bisognava sognare e non solo prevedere, quei dispositivi elementari che hanno acceso la scintilla di nuovi rami nell’albero dello sviluppo tecnologico, e che poi ne hanno generati altri. Penso agli schermi a cristalli liquidi, la telefonia cellulare, lontanissima dall’immaginario di qualche decennio fa (si, lo so, i comunicatori di star trek non sono molto diversi dai nostri cellulari, ma quella serie è ambientata in un futuro remoto).
E’ meno ovvia e meno naturale la riflessione su quanto queste mutazioni tecnologiche (fatemele chiamare proprio così, mutazioni) condizionino l'aspetto antropologico del dibattito.
Perché il videotelefono? Perché ancor oggi, guardarsi durante una conversazione telefonica non costituisce una spinta forte nelle ordinarie conversazioni quotidiane? Ora che ci penso, non è un impulso irresistibile neanche nelle conversazioni con la mia fidanzata (non me ne voglia, so che per lei è lo stesso).
Nondimeno ci collochiamo in un’epoca in cui il mezzo tecnologico permette l’accesso a una comunicazione video diffusa e di buona qualità. Evidentemente la questione è di più ampio respiro, e mi piacerebbe approfondirla.
Faccio però ancora un passo indietro per sincronizzare con voi il mio pensiero.
Ai primi del 900 il passaggio dal cinema muto al sonoro causò rapidamente la decadenza delle produzioni silenziose, il colore non soppiantò invece totalmente il bianco e nero… direi che l’utilizzo della tecnologia va nella direzione della scelta di ciò che permette l’incremento di flusso di informazione pur mantenendo l’espressività. Il mezzo orale veicola la comunicazione assai più di quanto possano fare elementi complementari quali ad esempio il colore, e in alcuni casi, mettendo sulla bilancia quanto di un rapporto comunicativo è legato all’uno o all’altro senso, i piatti pendono pesantemente da una delle due parti.
In una conversazione telefonica cosa aggiunge il viso dell’interlocutore? Quanto cambia nel vederlo in bianco e nero o a colori? Quanto cambierebbe nel poter percepire la sua presenza verosimilmente alla realtà, e soprattutto, quanto l’immagine visiva su uno schermo aggiunge qualcosa a questa percezione di presenza?
Ecco perché in Gamma non è stato colto lo spirito che ha dettato lo sviluppo verso i nostri anni: si è ritenuto plausibile, evidentemente a torto, che la società accogliesse naturalmente l’aggiunta di informazione, il video come complemento del sonoro, e si è altresì ritenuto che l’immagine fosse predominante nell’organismo della conversazione.
Non tutte le mutazioni si conservano e vengono estese alle generazioni successive, poichè che non tutte offrono vantaggi tali da favorire chi le ha generate. Un buffo darwinismo tecnologico.
Una tecnologia inutile quindi? Certamente no, si tratta solo di individuare quei settori in cui la complementarità dell’immagine dell’audio e degli altri mezzi interattvi permettano di accedere a campi in cui si manifesta l’insufficienza del solo vedersi, o ascoltarsi.
Lo scopo di queste righe è questo, aprire un dibattito che possa accogliere proposte richieste e scambi di idee su settori diversi nella loro natura ma che possano trovare vantaggi nell’apertura verso questa forma di comunicazione.
Un settore che mi appare di grande interesse, e per il quale vorrei che si aprisse in questa sede un dibattito, è quello della interazione tra due figure a scopo terapeutico, interazione nella quale possiamo individuare due personalità non simmetriche e non interscambiabili, una delle quali si pone come ascoltatore, con strumenti per elaborare informazioni provenienti dal suo interlocutore al fine di favorirlo nella soluzione di quelle tematiche che sono la motivazione stessa dell’incontro.
Problematiche legate all’area psicologica presuppongono incontri perlopiù verbali, in cui però si introducono forti elementi di interazione complementari, che gli addetti ai lavori sapranno in questa sede definire in maniera corretta.
Ebbene, mi domando quali di questi elementi siano riproducibili in un incontro in cui gli interlocutori siano fisicamente distanti, quali non lo siano e quanto siano fondamentali, ma soprattutto mi domando quali altri fattori nuovi possano indurre sensazioni che migliorino o peggiorino, e in quale misura, la qualità della relazione.
Cito a titolo di esempio l’ambiente nel quale si svolge l’incontro (solitamente la propria casa nel caso di incontri a distanza) con le variazioni nell’impatto emotivo che questo comporta rispetto alla presenza nello studio del terapista, oppure sul “filtro” costituito dal mezzo tecnologico, a mio avviso dotato di una carica di invasività fortemente diversa per diversi soggetti, e che può divenire, perché no, uno degli elementi di indagine del terapeuta; essere osservati dall’occhio di una telecamera ad esempio per molte persone ha una fortissima valenza simbolica, e l’atteggiamento di fronte a questo modo di essere scrutati è a mio avviso di grande interesse.
Sarebbe interessante avere qualche opinione sui vantaggi o gli svantaggi che queste differenze possono avere nell’ambito del percorso terapeutico, e ancor prima nell’alleanza psicologica.
Non vado oltre, le mie esperienze sono didattiche e da queste ho mutuato le sensazioni e le idee che cerco di far trapelare da questo scritto.
Ho assistito al manifestarsi di elementi di interazione umana inaspettati e profondi nel settore didattico di cui mi sono occupato nella mia personale esperienza, e ciò ha stimolato gli interrogativi espressi.
Lascio la parola a chi voglia offrirci delle risposte, ma soprattutto a chi possa fornirci altre domande.